Le ragazze di Pirandello

A 150 anni dalla sua nascita non c’è nessuno che colga l’attualità della vita come lui. A raccontare i comportamenti paradossali dei suoi personaggi, a risvegliarci con la sua pungente ironia colma di grandi verità. Luigi Pirandello è sempre attuale.
I suoi racconti ci ricordano come il mondo si trasformi continuamente ed è bene non sorprendersi mai delle cose che accadono a attorno a noi. E poi Pirandello ci ricorda che ancora una volta della bellezza che ci circonda.

Maria Grazia, Bianca e Monica sono giovanissime studentesse- scrittrici dell’ateneo catanese che quest’anno hanno vinto il Premio Pirandello 2018. Noi le abbiamo incontrate per voi e vi sveliamo i loro bellissimi racconti.

 

“Se domani conclude, è finita.

” Vorrei cominciare nel più banale dei modi, probabilmente anche nel più retorico, decisamente démodé , ma, proprio per questo, affidabile e realistico. Vorrei cominciare, come in realtà cominciamo tutti, in maniera naturale, terrena. Vorrei cominciare, partendo da un’emozione, descrivendola, raccontandola. Da quel sentimento innato che si presenta nell’esistere improvvisamente al mondo. Nella consapevolezza, immatura e acerba, nella forza liberata dalla paura che genera il pianto. Il suo nome è Curiosità. Dal latino cura, riguardo, premura deriviamo che essa non è altro che l’interesse, base di ogni nostra azione. Tensione perenne ed universale che ci sospinge in un movimento continuo ed infinito. Madre di crescita e cambiamento, fervore che versiamo nella nascita di un progetto. Strada maestra che porta dritta alla conoscenza sempre legata in un unico ed appassionato abbraccio con l’esperienza
“Un’ occhiata ai libri, due alla vita” affermava Goethe, poiché se sciolte da ogni vincolo con il reale, curiosità e conoscenza, perdono significato, trasformandosi in un mero concetto astratto, irraggiungibile per definizione stessa.
“Unicamente sapiente è il dio […]dimostrando che sapiente non esiste nessuno. E tutto preso come sono da questa ansia di ricerca, non m’è rimasto piú tempo di far cosa veruna considerabile né per la città né per la mia casa; e vivo in estrema miseria […].” Concludeva così, Socrate, uno dei suoi passi più celebri, richiamandoci alla concretezza e al dinamismo come rimedio all’ignoranza. Eppure, oggi, il mondo sembra si sia adagiato piano sulle proprie comodità. Abbiamo dimenticato fatti ed avvenimenti, abbiamo dimenticato i luoghi a cui apparteniamo, abbiamo dimenticato chi siamo.
E la curiosità, l’abbiamo chiusa dentro una bottiglia, cercando di fissarne la forma, snaturandola, rendendola frivola e svendendola al consumo divoratore di se stesso. C’è una storia dentro ogni cosa, vivente o no, in ogni tempo del creato, che aspetta di essere raccontata. E l’insieme di queste grandi e piccole narrazioni, è ciò che siamo. E’ ciò che va recuperato, rielaborato e tramandato con dedizione. L’uomo è molto più di un barattolo di vetro contenente geni e cromosomi. La cultura non è solo il numero di libri letti, bensì la sensibilità guadagnata vivendo, osservando, sperimentando. “Chi vive, quando vive, non si vede: vive. Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte”. Così, riassumeva Pirandello in poche righe; celando, forse, un’esortazione ancor più vera: apriamo quella bottiglia. Interessiamoci, incuriosiamoci di nuovo, arriviamo in profondità, nell’anima di un’idea senza stancarci, senza accontentarci. Lasciamo che la curiosità ci invada e che alimenti e rigeneri la cultura, risorsa e ricchezza di tutti. E’ l’unica strada per il riscatto morale, sociale ed economico. Quel che è fatto non basta. Torniamo a dare un valore alla tradizione, e all’ambiente circostante, esaltandone i punti di forza attraverso la promozione di attività stimolanti ed inclusive, come il teatro, il cinema, le passeggiate “narrative”, i festival di strada. Riprendiamo a comunicare e a dialogare attraverso il dibattito pubblico, nelle librerie, nelle aule universitarie, nelle piazze, favorendo così lo scambio di opinioni. Riabilitiamo la figura del “cantastorie” ed esaltiamo l’attività dei pochi mastri pupari rimasti. Impariamo ad essere individui migliori, dotati di pensiero critico, per poter cambiare la realtà presente, nel momento in cui non la riterremo all’altezza delle nostre aspettative. Solo così, finalmente, anche il futuro otterrà significato poiché, come disse Pirandello: “La facoltà d’illuderci che la realtà d’oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall’altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d’oggi è destinata a scoprire l’illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.”

“Mi chiamo Cambria Grazia Maria Rita anche se per gli amici sono solo Grazia, ho 23 anni e studio Lingue e culture europee, euroamericane ed orientali; e sono felicemente prossima alla laurea. Ho già una bimba di 2 anni che è la mia stella polare, il mio faro nella notte, che mi salva, illuminando i miei passi. Il suo solo esistere mi riempie di gioia e di orgoglio. Il mio più grande desiderio non è più “mio”. Inevitabilmente finisco per pensare a lei, quando si diventa mamme, spesso, è così. Quindi il mio più grande desiderio è vederla, passati gli anni, un’adulta serena e pronta. Il mio più grande desiderio è riuscire a fare un buon lavoro nel renderla il più possibile preparata, perché la vita è forte ma noi dobbiamo esserlo di più. Ciò che di cuore desidero di più è saperla felice. E non passerà giorno in questa vita, in cui io non mi impegnerò, combattendo contro ogni mio limite, per far si che il mio non resti solo un desiderio”.

La responsabilità della cultura.

La crisi economica e morale ha provocato un inaridimento culturale nella società civile, con un conseguente incremento della disuguaglianza tra le classi sociali. È la cultura il mezzo per colmare questo divario poiché in essa sono contenuti i principi di uguaglianza, rispetto e libertà. Sono questi i fondamenti che da sempre hanno dato la spinta per la crescita economica, scientifica e tecnologica dell’umanità. La cultura è, dunque, il cuore pulsante di qualunque evoluzione. L’illuminismo è di certo l’esempio cardine ed esso è la condizione per cui si sviluppò la prima rivoluzione industriale, in un periodo di forte crisi oggi l’unica ancora di salvezza sono gli uomini di cultura. È dunque affidato ad essi il compito di aiutare la comunità per uscire da questo oblio.

Gli uomini eruditi stanno però commettendo un grave errore escludendo la comunità dai dibattiti intellettuali, ghettizzandosi in élite che non si interfacciano con la realtà, ma c’è bisogno di uomini sapienti che ritornino ad essere delle icone, come Sartre che nel ’68 divenne un punto cardine per le lotte studentesche. C’è il bisogno di fenomeni culturali come il programma televisivo “Non è mai troppo tardi”, condotto dal professore Alberto Manzi che contribuì all’abbassamento dell’analfabetismo causato dalla guerra e dalla povertà.

Oggi la comunità italiana, secondo l’“Human Poverty Index”, detiene il primato mondiale di analfabetismo funzionale. Questo è un dato certamente preoccupante soprattutto perché i mezzi di informazione sono vasti e non regolamentati. Si necessita di una rivoluzione culturale che riesca a riconquistare i giovani, poiché quest’ultimi oggi non possiedono più un riferimento intellettuale. L’erudizione deve tornare ad essere protagonista della vita della comunità, penetrare all’interno dei social network in quanto essi sono, attualmente, l’unico modo per coinvolgere la generazione dei Millennials.

È chiaro dunque che una nazione sofferente di una povertà culturale non potrà mai ritornare ad essere competitiva a livello economico e globale; una nazione che delega alla scuola, e soltanto ad essa, l’arduo compito di istruire e di propagare la conoscenza, sarà certamente un fallimento. La cultura deve diventare parte integrante di ogni cittadino, di ogni parte della città insediandosi tramite musei, teatri, laboratori d’arte e diventando parte del turismo. Le periferie devono diventare il nucleo culturale lasciando ai centri delle città esclusivamente una funzione storica.

Oggi non si può dimenticare che l’assenza di cultura ha generato regimi, carestie e sofferenza. E questo è dunque un monito a chiunque si occupi di cultura di integrare tutti e che sia l’inclusione, quindi, la forza alla base di questa nuova rivoluzione.

I giovani che hanno avuto la possibilità di arricchire il proprio bagaglio culturale con esso non devono fuggire, ma devono anzi rimanere e lottare per la comunità italiana. I giovani, oggi, hanno il dovere di non abbandonare il patrimonio artistico culturale e combattere affinché esso non venga perduto.

I grandi uomini di cultura come scrittori, artisti, registi, filosofi, scienziati, hanno l’onere di non abbandonare i giovani e di essere l’esempio di crescita intellettuale per tutta l’Italia.

 

“Mi chiamo Bianca Trichini, frequento l’università di Lettere Moderne di Catania ed ho 21 anni. Il mio più grande sogno è diventare una scrittrice di successo.”

 

 

 

Fuorisede

 

Le 5 del pomeriggio, il cielo invernale era un manto nero-grigiastro.
Cercai il mare, ma non lo trovai. Cercai un manto nevoso fosforescente su una ripida parete rocciosa, ma non trovai nemmeno quello. Cercai il sole del sud, quello che i primi di dicembre ti avvolge come una carezza con i suoi 20 gradi netti a mezzogiorno, ma tutto ciò che avevo era un’aula fredda con il riscaldamento rotto e una serie di strati di felpe, sciarpe, guanti, crema per le mani e labello. Così, mentre il professore parlava e io non ascoltavo, chiusi gli occhi: il mare d’oro splendente della costa ionica mi salutò in una calda mattinata tardo-primaverile, i faraglioni si intravedevano sfocati. Sbattei le palpebre accecata e mi ritrovai circondata dal barocco catanese; pochi passi e ammirai un Teatro Romano. “Così tanto da offrire”, pensai, mentre vedevo turisti stranieri accaldati che scendevano da un vecchio autobus sovraffollato e che cercavano di evitare escrementi di cane sul ciglio del marciapiede. “Così tanto da offrire, e nessuno che lo offra.” La scena cambia ancora: quello che era un piccolo scorcio di un anfiteatro romano diventa la maestosa cartolina di un Teatro Greco; sullo sfondo, Taormina notturna; alle mie spalle la lava che esplode all’improvviso. Il cantante sul palco ferma il concerto, gli hanno rubato la scena. La notte lascia il posto al giorno quando, girandomi, mi ritrovo tra le rovine della Valle dei Templi; un turista spagnolo mi chiede informazioni su quello che non sa essere il Tempio di Giunone, non sa a chi altro chiedere. Il sole cala di nuovo, e stavolta si ferma al tramonto. Si lascia ammirare sul lembo d’acqua che divide Sicilia e Calabria. I tramonti sul traghetto verso Messina hanno tutto un loro sapore. “Siciliana? Siciliana? Oh, Siciliana?!” La mia mente rimbalzò di nuovo sul banchetto della fredda aula in cui ero seduta. “Oh, scusa! Che mi sono persa?” “Possiamo fare le foto dei tuoi appunti? Questo parla da due ore, ma noi non abbiamo capito niente!” “Certo, fate pure!” Passai il quaderno alla mia collega e coinquilina. Lei mi chiama Siciliana per via del modo in cui ci siamo conosciute. La mia mente spiccò il volo di nuovo: stavolta la visuale non era nitida, era una visione appannata, anzi, “annacquata”. Ero seduta sul sedile di un volo low cost, lato finestrino, stavo osservando l’Etna baciata dal sole di ottobre mentre si allontanava sempre di più dal mio orizzonte. Piangevo con una sola lacrima, in silenzio. Nessuno lo vide, nemmeno la ragazza seduta accanto a me, la quale mi rivolse la parola con estrema nonchalance nel suo curioso accento del Nord. “Certo che è proprio bella la Sicilia!” “Sì, è unica.” risposi io con un accento il più neutrale possibile. “Certo peccato per i siciliani.” “Sei stata in vacanza in Sicilia?” “Sì, sono stata da una collega della triennale che vive lì. Mi ha ospitato per una settimana. Quando era su sembrava una ragazza come tutte le altre, ma in Sicilia si trasforma! E parla un siciliano che non ti dico! Quasi ne andasse fiera!” disse lei con tono frivolo e palesemente divertito nel suo evidentissimo accento milanese. “Comunque piacere, io sono Chiara! E tu sei…?” La domanda mi colse impreparata. Sentivo un coro di voci che mi supplicava di andare avanti con la recita della ragazza senza accento che in Sicilia c’era solo nata e cresciuta e che andava via per disperazione. Ma ecco giungere un eco da lontano, da lì, dal cratere all’orizzonte che si allontanava sempre di più: era l’eco di Verga, di Sciascia, di Capuana, di Brancati, e di tanti altri. Anche loro supplicavano: “Sii quello che sei!” mi dissero. Mi concentrai per tirar fuori il massimo dell’accento che mi era rimasto dopo anni e anni di neutralità, mi rivolsi alla milanese con un mezzo sorriso. “Io? Io siciliana sono. Che? Non si sente?” Chiara rimase paralizzata un istante, e poi scoppiò a ridere di gusto. “Sì, sì, si sente!” disse usando un italiano perfettamente standard. Non mi parla più in milanese da quel giorno.

 

“Mi chiamo Monica Sarah Coco, ho 22 anni e sto per laurearmi al corso di laurea in Lingue e Culture Europee Euroamericane ed Orientali.
Il mio più grande desiderio è potermi guardare indietro, un giorno, sapendo che nel mio cammino ho lasciato un contributo, seppur minimo, per migliorare la realtà che mi circonda. Studiare lingue diverse può aiutarmi in questo, perché credo che non esista nulla di più efficace della reciproca comprensione e comunicazione per risolvere i piccoli e i grandi problemi dei giorni nostri”.