Un racconto in tre puntate di un viaggio nel mese di Dicembre nel sud della mia Sicilia.

“Rispettare il vino come se fosse una persona. Una persona che si porta dietro un mondo, una storia, un’atmosfera”. Forse questa frase rubata dal sito di Arianna Occhipinti potrebbe essere la giusta sintesi di quello che si riesce a percepire visitando e conoscendo le persone prima – e il calice poi – che animano il progetto di questa vignaiola del sud della Sicilia.

Vini che raccontano Arianna e tutte le persone che collaborano con lei, ma che prima ancora vogliono raccontare il territorio accettandolo: narrare la diversità dei suoli, l’origine di un vigneto è prima di tutto una scelta di rispetto.

Siamo a Vittoria, lungo la SP68, una delle strade del Cerasuolo, la stessa che da tremila anni fa collega Gela a Kamarina. La stessa che mi porta nella cantina di Arianna. Un posto magico dove – guidato da Gianmarco Iannello – scoprire l’essenza del territorio vittoriese. Per Arianna SP68 oltre a essere la strada del proprio destino è un vino giovane, fresco e piacevole che a me ha dato modo di incuriosirmi e approfondire le sue produzioni.

Da tempo bevo i suoi vini, ho avuto modo di conoscere personalmente Arianna solo qualche anno fa grazie a una degustazione organizzata in città dall’amica e brava sommelier Alessia Zuppelli. Dopo qualche evento in giro, ho avuto modo rivederla al BeerCatania mentre si avventurava nel mondo delle birre artigianali con la sapiente guida della comune conoscenza Mauro Cutulli. E di questi incontri e di birre che parliamo prima di iniziare il tour e l’approfondimento nel cuore pulsante dell’azienda agricola Occhipinti.

Siamo circondati da viti allevate con agricoltura biologica in cui a vista d’occhio cambiano i suoli. L’azienda si estende su proprietà in contrade diverse in cui i suoli passano dal calcare al rosso e generano vini armonici e disuguali. Le viti vengono allevate ad alberello, cordone speronato e guyot.

In cantina grandi vasche di cemento, botti piccole e grandi e la selezione personale in cui tra i tanti vini scorgo anche qualche birra a fermentazione spontanea.

In sala degustazione ci attendono i vini umani di Arianna. Nero d’Avola e Frappato sono particolarmente attenzionati dal lavoro di questa vignaiola, ad incuriosirmi è l’attenzione sui suoli e le differenze da cogliere al calice.

Dai terreni sabbiosi il frutto e la setosità; dai terreni calcarei una grande energia ed acidità. Nel lavoro di Arianna e del suo team, la chiara volontà si preservarne le caratteristiche ad ogni vendemmia. È dai vini di contrada che riesco a percepisce l’opera di rispetto del territorio:

Contrada PT (Pettineo) ha un suolo con uno strato di sabbia di origine marina con poca presenza di ciottoli calcarei in superfice. Un vino fruttato dal tannino setoso e acidità sostenuta.

Contrada FL (Fossa di Lupo) terra sabbiosa e rossa con presenza di sassi di calcare che diventa roccia dopo qualche centimetro. Il vino è corposo e strutturato, e come il precedente – data la spalla acida – si presta all’invecchiamento.

Contrada BB (Bombolieri) qui il terreno è bianco e lo strato di sabbia superficiale è inferiore. È la contrada del calcare che conferisce al vino sentori floreali e una bella acidità.

È il Frappato il vitigno storico di Vittoria e il lavoro attento a valorizzare naturalmente il vino dimostra l’elezione di questa zona nella sua produzione: un unico vitigno, uno stesso procedimento produttivo, vini differenti pur mantenendo caratteristiche comuni.

Ad avere tutte queste caratteristiche è il Frappato 2017, stessa annata dei vini precedentemente assaggiati, in cui il sapore aspro, ematico ed elegante si fa bandiera del territorio vittoriese. Un vino che ha origini contadine, che ama le sue radici ma allo stesso tempo esalta la propria eleganza.

Di stessa matrice è Siccagno 2017, il Nero d’Avola che racconta la Sicilia nella sua totalità, nei suoi contrasti, nella sua aristocratica eleganza mista al suo essere selvaggio.

Prima di concludere con il Cerasuolo di Vittoria, è l’SP68 70% Frappato e 30% Nero d’Avola, a mettere nel calice il sole e la freschezza di questa porzione di Sicilia.

Grotte Alte conclude questo viaggio al calice: Vittoria è costruita su roccia calcare, la stessa di Grotte Alte che prima di essere un vino è un luogo che rende questo prodotto da uve di Frappato e Nero d’Avola sapido, armonioso elegante e fiero: è un 2015, e ha tanta voglia di sfidare il tempo.

Concludo così il mio viaggio in questa terra che è l’emblema di una Sicilia fatta di eccellenza, bellezze uniche e la consapevolezza di essere – tutti noi – un popolo poco rispettoso della bellezza che c’è stata donata.

Ecco che allora mi ritorna la domanda: “E se Vittoria ripartisse dal Frappato?”

Francesco Chittari
Catanese e siciliano fiero, vista la fuga dei cervelli ha deciso di puntare sul fegato: sommelier del vino e amante delle birre artigianali, organizza eventi coniugando passione, eccellenze e territorio. Non solo il bicchiere, è amante anche dei piatti e della buona cucina. Ama girare e conoscere palmo a palmo la nostra bellissima terra ed esplorare il mare. Curioso e caparbio, ricerca storie interessanti da raccontare. Social per professione, cura il marketing e la comunicazione per le aziende.

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