Il conto delle minne

Ci sono feste che si sentono nell’aria, che inebriano con profumi di zucchero e vaniglia le giornate dei fedeli permettendo di ricordare, con “dolcezza”, tristi atrocità del passato. Con quella delicata forma tondeggiante, capace di richiamare un seno femminile reciso, le “Minne” di S. Agata, nome dato al famoso dolce catanese, rendono omaggio alla Patrona della città.

Proprio loro sono state l’escamotage utilizzato da Giuseppina Torregrossa, scrittrice siciliana, per raccontare la storia della santa.

Nel “Il conto delle minne” nonna Agata, ogni cinque febbraio, vuole accanto a sé la nipote Agatina per insegnarle i segreti della preparazione dei dolci in onore della santa di cui entrambe portano il nome. Per l’occasione, con profonda devozione, le racconta il martirio della giovane riuscendo a fornire insegnamenti e consigli che le serviranno nella sua vita di donna.

“Il conto delle minne dev'essere pari: due seni, e due dolci, per ogni fanciulla".

Raccomanda con cura la nonna trasformando la cucina in un palcoscenico sul quale s’intrecciano storie di famiglie ed equilibri sottili di relazioni tra uomini e donne dove, quest’ultime, in alcune circostanze hanno ancora un ruolo di sottomissione.

“Ho una grande passione per la vita delle sante. Non so il perché, ma mi hanno sempre colpito profondamente – dichiara la Torregrossa -. Sono donne, solitamente molto giovani, morte vittime della violenza dell’uomo. Con Sant’Agata, in particolare, mi sento legata perché è la protettrice dei seni e proprio a lei ricorrono le donne che sono operate. Sono una ginecologa e, quotidianamente, mi occupo di prevenzione del tumore al seno, organo cardine di una donna. Ho voluto parlare di lei con un profondo senso di gratitudine – continua la scrittrice –. Ha subito una tortura atroce, un atto capace di uccidere la femminilità. Quello che ha subito Sant’Agata, implicitamente, è un duro colpo per tutte le donne”.

Il seno, brutalmente strappato alla “santuzza”, diventa la chiave di del romanzo. Distruggere la bellezza fisica, come documenta la tradizione iconografica legata alla patrona di Catania, a causa di un rifiuto amoroso, rappresentava la volontà di un annientamento psicologico. Un abbattimento instillato in tante donne che, seppur non brutalmente torturate, sono costrette a lottare, “a fare i conti”, contro il tumore al seno.

 

“Alla fine del pranzo, insieme al caffè, arrivavano a tavola le cassatelle, accolte da un applauso. Il vassoio grande era coperto da montagnole bianche, ammiccanti, messe vicine a due a due, che invitavano prima di tutto a toccarle, poi a leccarne la glassa e infine a morderle delicatamente, per non ferirle”. 

 

Giuseppina Torregrossa, in “Il conto delle minne”

 

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