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La morte dovrà aspettare

“Amore Salvami.
Lui pensava che la sua lei fosse morta nell’oscurità della notte. Lei pensava che il suo lui fosse sparito tra le gelide onde. Entrambi speravano di rincontrarsi in cielo.
Ma il destino gli regalò altri baci. La morte dovrà aspettare”

 

 

V

 

ogliamo iniziare così il nostro articolo. Con una foto, anzi con questa foto e con la frase dello stesso fotografo.

Un immagine, scattata da Francesco Malavolta, che testimonia e rappresenta che dietro ai numerosi sbarchi, dietro ai luoghi comuni, ai pregiudizi e alla paura nei confronti dei migranti che giungono sulle nostre coste, c’è ben altro. C’è una motivazione che spinge uomini e donne ad allontanarsi forse per sempre dalla loro terra, a scappare dalla guerra e andare verso un viaggio che forse non andrà a buon fine. C’è molto più di quello che riusciamo a vedere con i nostri occhi.

A  raccontarcelo è proprio Francesco. Foto-giornalista originario di Corigliano Calabro che ha immortalato l’attimo fuggente a bordo della nave norvegese Frontex. Nell’ immagine due profughi siriani innamorati che si baciano dopo il naufragio che per miracolo non si è trasformato in tragedia.

“Ci trovavamo sull’isola di Lesvos. Lavoravo sulla nave per conto di Frontex,- ci dice Francesco- In un primo momento abbiamo trovato quattro superstiti, poi sono state recuperate altre due persone. Erano sotto shock perchè il loro gommone nella notte era affondato. Lui pensava che la sua donna fosse morta e lei lo stesso di lui, non appena i loro sguardi si sono incrociati è nato questo bacio sentito ed esausto allo stesso tempo.”

L’emozionante foto è solo una delle tante scattate da Francesco che ha dedicato la sua intera vita a questo. “Parte tutto da una grande passione. Fin da piccolo ero attratto dalle immagini.”- ci dice.

Da 10 anni a questa parte, ci racconta Francesco, si è dedicato interamente alle vicende dei migranti. “Nei primi anni ’90 mi sono trovato a Brindisi e feci le prime fotografie agli Albanesi che arrivavano in Italia. L’input mi è stato dato da un giornalista che mi chiesa di sviluppare delle foto in mancanza del suo fotografo.” Da lì inizia il suo percorso.

“Da oltre 10 anni l’unica tematica che tratto e vivo è quella dei flussi migratori. Prima nel Mediterraneo, quindi seguivo gli sbarchi e le operazioni di soccorso nel Canale di Sicilia, Lampedusa, Coste siciliane e da qualche anno seguo quelli in tutta l’Europa.”

Da 5 anni, inoltre, collabora con l’ufficio Frontex e con agenzie umanitarie internazionali come  Unhcr.

Un percorso quello di Francesco Malavolta fatto di ammirazione verso i migranti, di consapevolezza e passione. Ha imparato a conoscerli, ha ascoltato le loro storie e prova, attraverso ogni singolo scatto, a raccontarle alla gente che molte volte non capisce o crede che la vera “emergenza” sia dell’Italia o della Sicilia che deve affrontare e trovare un posto per i numerosi migranti che arrivano.

Sui barconi c’è molto più di semplici persone disperate e povere. C’è un sogno. Ci sono uomini e donne con i loro bambini che ci credono davvero e che nel proprio paese avevano una vita e cari affetti. Si tratta di persone costrette ad abbandonare tutto a causa di guerre, povertà o rivoluzioni.

“Serve lanciare un messaggio non solo di tragedia ma anche di speranza. Un messaggio di volontà e amore- ci dice ancora il fotografo- E’ necessario far capire cosa spinge questa gente ad andare via dai loro paesi. Ci deve essere una attenzione giornaliera verso questo fenomeno diventato importantissimo. Bisogna capire che non è una invasione, come spesso viene definita, ma un motivo di integrazione.”

“Nessuno parla dei 4 milioni e mezzo di Italiani che migrano all’estero -continua- o dei 100mila che l’anno scorso sono andati a cercar fortuna a Londra o in Germania. Non vedo quindi il motivo per cui i migranti, gente come noi, non possano andare via dalla guerra.”

Pian piano la tematica è diventata una questione personale per Francesco. “Ci tengo particolarmente soprattutto perchè è un fenomeno che cresce e dismisura e proprio per questo c’è un forte bisogno di raccontarlo. Solo se si conoscono le vicende- ci dice il fotografo- si possono raccontare, non si può improvvisare.”

“Ho imparato con gli anni a non avere pregiudizi, a non credere ai luoghi comuni banali come le malattie o il fatto che si tratta di gente che viene a rubare il lavoro a noi italiani.Sono luoghi comuni di gente che probabilmente non ha mai parlato con un rifugiato, non ha mai ascoltato le loro storie, non hanno mai capito o voluto sapere le reali motivazioni che li spinge, con sofferenza, via dalla loro patria.”

(foto Francesco Malavolta)

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