Ci sono alcune persone che hanno la fortuna – o il coraggio – di trasformare le proprie passioni in lavoro. Così Dario Giorgianni, collezionista di orologi fin da adolescente, “da grande” ha scelto di lavorare tra quadranti, molle e lancette.

“La passione è nata più di 15 anni fa, quando avevo circa 14 anni, mossa da una curiosità che si è sviluppata nel tempo”, racconta seduto alla scrivania del suo negozio, tra quadri antichi, oggetti da collezione e un incessante ticchettio.

L’idea di un lavoro così insolito è nata per caso: “Il mio amico Paolo, che si occupa di orologi moderni, qualche anno fa mi ha chiesto aiuto per la ricerca di pezzi di ricambio. Dopo qualche collaborazione mi ha consigliato di investire il mio tempo e il mio impegno in questo settore. E così è stato.”

Così Dario si è inventato un lavoro: il cercatore di orologi o, come ama definirsi lui con un sorriso sornione, il watch hunter. “Il mio lavoro di oggi è la vendita di ricambi per orologi d’epoca. Ho imparato la “lingua” degli orologiai e sono a contatto con professionisti di tutta Italia ogni giorno, ma ho sviluppato un diverso campo d’azione: non riparo orologi, mi occupo di trovare pezzi di ricambio rari – di 30, 40, 50 anni fa – che non sono più in commercio. Probabilmente la definizione più corretta sarebbe Watch part hunter”.

Per le nuove generazioni – impegnate nella ricerca di una specializzazione accademica sempre più specifica – è spesso impensabile imparare un mestiere. “Spesso durante gli anni di scuola ti fanno credere che per lavorare sia necessaria una laurea, ma il mondo del lavoro di oggi è diverso. Forse sembra polemico ammetterlo, ma è un sistema che non funziona più – spiega – Oggi la soluzione è rimboccarsi le maniche e inventare una professione, anche uscendo fuori dal binario dell’università. Bisogna seguire i propri ritmi, i propri tempi e guardarsi intorno per individuare ciò che pochi fanno.”

Ma scegliere una via lontana dai banchi universitari non significa smettere di studiare: “Per fare questo lavoro ho studiato, tanto. Tutto il tempo che non ho più dedicato ai miei studi di giurisprudenza l’ho impiegato a cercare di capire le cose che non sapevo. C’è stato qualcuno da cui ho imparato, è un mestiere che si ruba: osservi, vedi fare agli altri e cerchi di imparare tu”.

Poco più di un anno fa Dario ha aperto un suo negozio, o meglio un boudoir con un soppalco attrezzato con i ferri del mestiere. Ma la chiave di tutto è la flessibilità: “Per lavorare mi basta una connessione Internet e il mio magazzino ricambi. Così viaggio spesso per incontrare i miei clienti in giro per l’Italia – e non solo – anche una volta a settimana.”

Roma, Milano, Firenze, Bologna, Parma, Londra, Dublino, Basilea. I suoi trasferimenti sono tutti documentati con ironia sui suoi profili social, altro strumento utilizzato nel quotidiano per stringere contatti, per fare rete, per raccontare il suo lavoro. E per fare affari, dato che l’80% del mercato si muove online (e dato che anche lui ha realizzato due siti dedicati). “Ormai spostarsi costa pochissimo e io non vivrei da nessuna altra parte. Voglio stare qui, in Sicilia.”

Il viaggio però apre la mente, fa scaturire riflessioni critiche. “Mi è capitato di vedere gli stessi negozi standardizzati in tutte le città e ho capito che chi tende all’eccellenza e ha un lavoro unico è destinato a lavorare sempre“, racconta. “Sono gli artigiani la forza del nostro Paese. Sono loro che hanno reso famoso in tutto il mondo il made in Italy, più di tanti brand che di italiano magari conservano soltanto il nome”.

Per Dario tutto ruota attorno alla ricerca della qualità. “Si è persa l’attenzione ai dettagli, si dovrebbe tornare al servizio personalizzato, alla fiducia nel negoziante, all’unicità”, spiega. “Se compriamo solo online dai grandi colossi – magari per spendere 10 Euro meno – pensiamo di risparmiare e invece indeboliamo la comunità in cui viviamo, il tessuto imprenditoriale della nostra città. Io voglio dedicarmi qui ai miei amici, alle mie passioni. L’ho già detto che il mio lavoro è la mia passione, no?

 

(Foto di Franco Ferro)