Centopassi, la nobile iniziativa per valorizzare le terre confiscate alla mafia

Di Egle Pappalardo

Si chiama Centopassi, è la realtà vitivinicola delle cooperative Libera Terra che coltivano terre confiscate alla mafia in Sicilia.
Il nome preso dall’omonimo film di Marco Tullio Giordana, è stato scelto in onore di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978.
Dal 2008 Libera Terra, fondata da don Luigi Ciotti e dal magistrato Gian Carlo Caselli, si impegna a ridare valore e dignità ai terreni confiscati alle organizzazioni mafiose in Sicilia, in Puglia, in Calabria e in Campania, con l’obiettivo di stimolare la nascita di un sistema di economia legale, nel rispetto dei diritti dell’ambiente e dei lavoratori.
Le vigne sono distribuite nell’Alto Belice corleonese, zona conosciuta per la bellezza irresistibile e per la vocazione a produzioni di altissima qualità.
Sono undici i vini prodotti con il marchio Centopassi: l’Argille di Tagghia Via, dedicato alla memoria di Peppino Impastato; il Placido Rizzotto Rosso, dedicato all’omonimo sindacalista corleonese e al pastore Giuseppe Letizia, entrambi vittime di Cosa Nostra; il Cimento di Perricone, dedicato all’impegno della scuola e degli insegnanti per sconfiggere l’anticultura mafiosa; il Pietre a Purtedda da Ginestra, dedicato alla memoria dei caduti della strage di Portella della Ginestra.

Foto di Giorgio Salvatori


Tutti i vini Centopassi sono dedicati a coloro che onorano il ricordo delle vittime della mafia attraverso il proprio impegno quotidiano, un messaggio che viene onorato con la cura maniacale nel vigneto e costante attenzione alla qualità.
Il responsabile Vito Rappa, ha raccontato a Sudlook come funziona nello specifico una realtà complessa come quella di Centopassi.


Centopassi è la divisione vitivinicola siciliana di Libera Terra, progetto che vi vede impegnati nella coltivazione di terre confiscate alla mafia. Come nasce la vostra realtà?


«La nostra è una realtà relativamente complessa. Il progetto Libera Terra nasce nel 2008, dopo qualche anno dalla nascita delle prime cooperative, che ricordiamo, nascono da bando pubblico. Fin da subito sono emersi i limiti di queste realtà. Infatti non bastava coltivare i terreni e produrre materie prime ma queste ultime dovevano essere trasformate e valorizzate. Per fare questo bisognava confrontarsi con il mercato e quindi occorreva fare fattor comune e aumentare le proprie competenze e professionalità, che soltanto una struttura organizzata e dinamica, con competenze a vario livello può dare».

Da quanto tempo vi occupate di queste terre?

«Va ricordato che i terreni non sono nostri ma ci vengono assegnati dallo Stato per periodi variabili dai 15 a 25 anni. Noi ci occupiamo “solo” di gestirli e cerchiamo di farlo nel miglior modo possibile. Fin da quando ci vengono assegnati, vengono coltivati in biologico».

Come funziona la produzione? 

«Il consorzio Libera Terra racchiude 9 cooperative, distribuite su quattro regioni, circa 170lavoratori coinvolti, tra campi e ufficio, 1.400 ettari in rigoroso regime di agricoltura biologica. I prodotti vanno dalla pasta all’olio, dai legumi alle conserve di pomodoro ed ai frollini da prima colazione. Il Consorzio si occupa sia di pianificare l’attività agronomica, sia di ogni altra attività di trasformazione e commercializzazione delle materie prime che ricaviamo dai campi. Centopassi è la divisione siciliana vino del Consorzio, con 75 ettari di vigneti, distribuiti soprattutto sul bellissimo altopiano dell’Alto Belice Corleonese che segue l’intera filiera vino dalla vigna al consumatore finale».

Come definireste il vostro lavoro?

«Il nostro è stato e continua ad essere un lavoro straordinario.
Produrre vini di qualità in grado di leggere ed esprimere il territorio è il principio che ha guidato la nascita di Libera Terra e di Centopassi. 
Oggi siamo produttori di quasi mezzo milione di bottiglie all’anno tra cru, selezioni doc e blend Igt. L’impegno si è tradotto in un costante lavoro di conoscenza e di ricerca sulle vigne e in un’attenzione maniacale per l’incrocio vitigno-territorio. A questo impegno per la qualità si è accompagnata fin dall’inizio anche la precisa volontà di creare un modello imprenditoriale virtuoso.Seguire una logica d’impresa cooperativa è stato infatti il presupposto imprescindibile per le cooperative di Centopassi. Affrontare il mercato in maniera assolutamente “normale”, è l’unico modo per creare delle aziende autosufficienti, sostenibili e virtuose capaci di stare sul mercato nel lungo periodo. Una scelta consapevole e vincente, che ha permesso di far rivivere le terre dell’Alto Belice creando sviluppo in modo etico ed evitando la narrazione della sofferenza e dell’eroismo per abbracciare quella della qualità. È proprio la scelta della qualità, infatti, a dare un senso alle dediche alle vittime della mafia che accompagnano i vini.

In questo periodo di epidemia Covid, come è cambiata la realtà vitivinicola italiana? 

«In vigna e in cantina poco è cambiato. Tranne qualche piccola difficoltà logistica, tutto è proseguito come prima. Sicuramente è cambiato il rapporto con i clienti, niente degustazioni, incontri e fiere. Tutto sostituito, dove possibile, da incontri virtuali che lasciano di sicuro un po’ di “amaro in bocca”. Speriamo di riprendere presto a spostarci e viaggiare perché il vino per essere raccontato necessita del calore umano».

Il 2020 vi ha visto vincitori al Tre Bicchieri del Premio Progetto Solidale. Quali sono i progetti per il futuro?

«La critica apprezza i nostri vini, il loro stile verticale, la loro ricerca di eleganza e grande bevibilità. Il mercato ci apprezza sempre di più. In Italia e, in maniera crescente, all’estero. Ad oggi siamo in 16 Paesi, e i nostri Cru sono presenti nei migliori ristoranti di Londra, Amsterdam, New York, Los Angeles, Hong Kong e Melbourne. Questa è una soddisfazione incredibile. Per il futuro mai fermarsi. Nuove vigne, ulteriori miglioramenti nei processi, nuovi mercati, forse un nuovo vino, ma soprattutto tanto, tanto, tanto lavoro con un sguardo sempre attento alla sostenibilità».

In copertina la foto di Giorgio Salvatori

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